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La stanza di Caterina

  • Vittorio Morisco
  • 01/03/2013

Chilometri di nulla. Vento e un caldo che non lo regge il demonio. La sabbia che si infila ovunque. Le mani che sudano sul mitra. La vita che ti può sfuggire. Decine di chilometri per dare il cambio ad un posto di blocco sulla strada per Nassirya. Smonti dalla jeep che è blindata. Ma un mezzo blindato è solo una bara più costosa delle altre. Iniziano ad avvicinarsi i bambini. Hanno fame. Si avvicina anche lei, Shareefa, una bimba di quattro anni con gli occhioni grandi grandi e scuri scuri. Ormai si conoscono. Tende la manina. Le tendi un biscotto. Una carezza in testa. Le casupole si fango attorno si animano. Non vogliamo farvi niente di male. Siamo italiani. Carabinieri. Il vento soffia più forte. Insieme alla sabbia soffiano all'improvviso colpi di kalashnikov. Ti getti a terra e inizi a sparare. Tutto dura una manciata di secondi. L'inferno va e viene in un attimo. Ti guardi attorno. Sei tutto intero. I compagni tutti interi. Shareefa è a terra. La bimba con gli occhioni grandi grandi e scuri scuri è morta.

Augusto si svegliò col suo stesso urlo. Aprì gli occhi. L'incubo che lo tormentava da anni era tornato. Era tornato insieme al caso della ragazzina di sedici anni scomparsa il giorno prima. Augusto aveva dovuto sopportare il dolore dei genitori. La loro ansia, la loro angoscia. Caterina non si trovava. Era uscita il sabato pomeriggio per non tornare. Come Shareefa. Era uscita dalla casupola e non era più tornata. Si alzò dal letto. Sudato fradicio. Andò in cucina, rovistò in dispensa. S'attaccò alla bottiglia del brandy. Si mise in tuta e uscì di casa fumando per farsi avvolgere dalle stradine intricate del centro storico di Monte Santa Chiara. Un deserto a quell'ora. Ma con le chianche della pavimentazione che restituivano, grate, il fresco della notte. Arrivò sino alla caserma. Il piantone gli aprì. Un ragazzino fresco fresco. "Siete caduto dal letto, maresciallo?" "Fatti i cazzi tuoi." Si chiuse in ufficio. Si sistemò sulla poltrona e rimase a consumare gli avanzi del suo sonno fino all'alba.

Augusto Trizio, maresciallo dei carabinieri di stanza a Monte Santa Chiara, si inerpicò di mattina presto nella parte superiore del paese. Alle otto in strada c'erano le vecchiette che vanno a messa e qualche papà con dei bambini piuttosto mattinieri. Respirò a fondo l'aria salata che arrivava lato mare. L'aria era calda una bellezza. Augusto camminava sulle chianche senza fretta. Andava verso casa di Caterina. Si fermò a comprare il giornale. Della ragazzina scomparsa il pomeriggio prima nessuna notizia. Troppo presto. Forse. O troppo tardi. Nella peggiore delle ipotesi. In realtà non realizzava perché stesse andando lì. Doveva fare qualcosa. Glielo aveva suggerito l'incubo notturno. Doveva anche ricordarsi di avvisare i suoi che non sarebbe andato a Bari a pranzo da loro. Era libero per quell'ora ma non aveva voglia di vedere sua sorella, che non gli parlava più da quando era stato in Iraq. "Servo dei servi" gli aveva urlato in faccia al suo ritorno. Pensare che da piccola l'aveva tenuta in braccio. La piccola Paoletta. Cinquanta chili di nervi incazzati con il mondo. Incazzati anche con lui. Una figlia femminista che lavora in un centro per madri sole e un figlio carabiniere. Giorno e notte. Divisi. Suo padre Diego, aveva sgobbato in fabbrica una vita. Sua madre Giovanna, maestra alle elementari. Si amavano ancora tanto. Ma i loro figli erano diventati due estranei.

Suonò al campanello della villetta nella parte nuova del paese. Anche a Monte Santa Chiara era arrivata la mania delle bifamiliari a schiera. Tutte uguali. Nei fatti sembravano filari di viti fatti di cemento. I genitori di Caterina erano invecchiati di dieci anni rispetto al giorno prima. Tra dentro e fuori la casa c'era la stessa differenza che tra un palco bene illuminato, scena di una serena attuazione e il dietro le quinte buio, scuro e polveroso. Disse di non avere novità e chiese di entrare nella stanza di Caterina.

La stanza di Caterina era delicatamente profumata. Augusto richiuse la porta alle sue spalle. I genitori non opposero resistenza, rassicurati dalla presenza di un maresciallo in camera della figlia scomparsa. Abbiamo tutti dei segreti. Caterina, li avevi anche tu. Li avevi perché viva forse non lo sei, ma non posso ancora dirlo ai tuoi. Una scrivania con il disordine che può lasciare un adolescente. Le mani di Augusto toccavano la superficie liscia del legno. Un computer. Fogli sparsi. Colori a cera. A Caterina piaceva disegnare. Alla parete il poster dei Red Hot Chili Peppers. Ad Augusto scappò un sorriso, piacevano anche a lui. A lui però raccontavano cose che già sapeva, a Caterina cose che stava per scoprire. " Cobain can you hear the sphere, singing songs off station to station.“, chissà dove ti sarebbe piaciuto andare, Caterina. Californication. Guardò le mensole sopra la scrivania. I cd dei Red, tutti. "Pretty little dirty", dell'album "Mother's milk". Hai anche quello. I segreti si nascondono dove chi sa cercare può trovarli. Augusto aprì il cd. Una foto di Caterina nuda. Bellissima. Sorride a chi la sta fotografando. Ricci neri che scendono sulle spalle, una mano protesa verso l'obbiettivo, l'altra a coprire le nudità. Impudicamente innocente. Caterina giocava. Faceva i giochi degli adulti. Si sentiva a suo agio in quella stanza, Augusto. Accese il computer. Foto di compleanni. Canzoni. Cartelle di appunti di scuola. Possibile che non raccontassi niente di te stessa a te stessa, Caterina? Con chi giocavi? Spense il computer. Aprì il cassetto sotto la scrivania. Cianfrusaglie, ferma capelli, una piccola trousse di trucchi. Un diario. Si sedette e lo aprì. Chi sei Caterina? Posso scoprirlo solo qui. Nella tua stanza. Sfoghi, poesiole adolescenziali. Pezzi di canzoni dei Red. Alcune foto di amiche, incollate. Quattro giorni prima della scomparsa Caterina scriveva "Tribale è uno stupido". Tribale? Ma che cazzo di nome è? Augusto girò la pagina. Girò la pagina. Un disegno strano. Occhi e lineamenti di un viso messi in cerchio, frammentati, confusi. Come nei cubisti. Una freccetta "Mi ha assalito alle spalle sotto casa. Sapeva che i miei non c'erano. è pericoloso. Devo dirlo a Tonio." Chiuse il diario. Lo intascò. Aprì l'armadio con dentro uno specchio. Per un secondo vide l'immagine di Caterina che si vestiva di sabato pomeriggio. Per uscire. Per incontrare chi non lo sapeva. Accarezzò il vetro. Si preoccupò. Dall'Iraq in poi gli capitava di vedere riflesse nei vetri volti che conosceva o si erano impressi nella memoria. Non lo aveva detto a nessuno. Quasi. Disturbo da stress post traumatico. Abracadabra. La psicologa militare lo aveva liquidato così. Ma le pillole non le aveva mai prese.

La mamma di Caterina fece irruzione in camera. Aveva ricevuto un messaggio sul cellulare. "Sono con Tonio. Non vi preoccupate. Caterina" "Questo non è il suo numero, né quello di Tonio, maresciallo". "Proviamo da ieri ma è spento" fece da controcanto il padre. Augusto li guardò e prese il numero da cui era stato inviato il messaggio. "Tonio è il ragazzo di Caterina?" "Un amico ma niente di più" specificò il padre. Scopano, caro signore, altro che amico pensò cinicamente il maresciallo. Non chiese loro nulla del tentativo di aggressione. Li avrebbe allarmati. Non immaginavano nemmeno stesse con questo Tonio, figuriamoci il resto. Doveva scoprire di chi era il numero. Questo Tribale, invece? E poi doveva dare retta a quel disegno? Possibilmente anche due chiacchiere con Tonio non avrebbero guastato. Caterina e forse tre maschi. Due di sicuro. Troppo per una ragazza di sedici anni. Forse non aveva bisogno di inventarsi una scusa per non andare a pranzo dai suoi a Bari.

Fu Tonio a trovare Augusto. Lo affiancò con il motorino nella piazza centrale del paese. Piazza della Vittoria. "Maresciallo, non si sa niente?" "Chi sei, ragazzino?" . Lo aveva intuito fosse lui. Ma serviva a creare un po' di giusto distacco sbirresco. "Sono Tonio, il ragazzo di Caterina." Una faccia da sedicenne pulita. Magro, scattante, gambe a tarallo di chi passa più tempo a giocare a calcio che sui libri. Occhi castani vivi. E preoccupati. "Non si sa nulla." Il maresciallo continuò "Come andava con Caterina?" "Bene, marescià, bene" "Andate alla stessa scuola?" "No, io vado all'alberghiero, lei al classico a Monopoli" "Come vi siete conosciuti?" "La sua migliore amica, Marilena, ci ha presentati a una festa sette mesi fa.". "In giro di domenica così presto che ci fai?" "Sono uscito alle sette a cercare Caterina, sono stato da tutte le sue amiche, ma niente, speravo che almeno voi stavate facendo qualcosa" "Certo che la stiamo a fare" rispose un po' piccato Augusto. Aveva scelto di parlare in modo gergale. Gli si stava avvicinando per sferrare il colpo. "Senti, ma tu oltre giocare a pallone, non studiare e stare con Caterina, che fai?" "Io studio assai, maresciallo, solo che mo' con i playoff non sto avendo il tempo di studiare per le ultime interrogazioni. è capace che mi bocciano." "Ma guarda. Sei un geniaccio. Vedi di studiare.". Augusto continuò: "Senti Tonio, ma.." Augusto si accese una sigaretta con fare cospiratorio "secondo me sai fare le foto proprio bene, sai?" Avvampò, cercando di balbettare qualcosa. "Maresciallo stavamo giocando. Io a Caterina, la voglio bene." "Lo so, ma evidentemente qualcuno la vuole male, male assai." "Non ho idea di chi. Andava pure a dare una mano il venerdì pomeriggio in parrocchia a spingere quelli con la carrozzella." "Vedrai che la troviamo. E mo' dammi un passaggio in caserma che se ti ribecco senza casco, la prossima volta il motorino te lo brucio".

In caserma chiamò a rapporto il brigadiere Bellantuono: "Chiamati i colleghi del nucleo investigativo a Bari. Mi serve sapere di chi è il cellulare da cui è partito il messaggio e dov' era localizzato. Hai tre ore. Chiedi del maresciallo Valente. Digli che la richiesta la faccio io. Stavamo insieme in Iraq." Bellantuono scosse la testa calva e imponente : "Maresciallo, ma oggi è domenica, la gente si riposa..." "Bellantuò, ti metti a fare il sindacalista? Muoviti dai. Tre ore bastano e avanzano. è scomparsa una ragazzina e dobbiamo stare a pensare alle braciole del pranzo?". Bellantuono uscì con la sua andatura da cavallerizzo caduto da cavallo. Augusto si accese una sigaretta, prese il diario di Caterina e fece una fotocopia ingrandita a colori del disegno, quello strano. La rigirò tra le mani. Sembrava una faccia. Era una faccia. Ma di chi? E chi è Tribale? Sono la stessa persona? Perché non lo chiama con il suo nome? Si alzò dalla sedia e iniziò a camminare nervosamente per la stanza. Le amiche. Anzi l'amica del cuore. Marilena. Si fece dare il cellulare dai genitori di Caterina. "Sono il maresciallo Trizio." "Maresciallo, l'avete trovata?" "No, non ancora. Dimmi c'era qualcuno che infastidiva Caterina?" "No infastidiva, no. Le andavano dietro un po' di ragazzi. Alcuni intelligenti altri meno." La voce di Marilena era ferma e puntuale come le sue risposte. "Senti Marilena, tra quelli poco intelligenti c'era qualcuno meno intelligente degli altri?" "Lei parafrasa Orwell nella "Fattoria degli animali", Maresciallo" disse ridendo un po' civettuola. "Beh sai, studiano anche i carabinieri" . Lui rise da adulto. Poi si ricordò che stava parlando con una ragazzina. "Nicola, Nicola Triggiani, un vero stupido, un mezzo bullo. Fa il garzone alla macelleria equina di via Matteotti, dietro la piazza. Veniva fuori da scuola a fare il buffone con il motorino a provarci con quelle della quarta ginnasio. Ci provava anche con Caterina. Ma lei lo mandava male. Lui le diceva che se le poteva fare tutte, perché a uno che ha 18 anni nessuna dice di no. Un bulletto. Ma non ha fatto niente sicuro." "Ti ringrazio, Marilena." "Maresciallo, quand'è che mi chiama in caserma per interrogarmi?". La voce le si era fatta flebile e un po' tremante. "Non serve, Marilena. La caserma non è un posto per ragazzine." In attesa di notizie dal Nucleo Investigativo di Bari continuò a guardare il disegno ingrandito. Prese le forbici. Iniziò a ritagliare la faccia pezzo a pezzo seguendo le linee che dal centro della figura andavano verso il bordo del disegno. Gli sembrava una faccia riflessa in uno specchio rotto in un punto e vesciato. Iniziò a comporla come un puzzle pezzo a pezzo. Piano piano. Gli diede una forma umana. Questa faccia aveva cercato di aggredirla alle spalle una sera. Fuori di casa. Accese una sigaretta e tirò forte. Che cazzo di indagine. Disegni, diari soprannomi, turbe adolescenziali. Entrò il brigadiere Bellantuono senza bussare. "Maresciallo i risultati." Guardando la scrivania aggiunse "Sta facendo i lavoretti di Natale?" "Bellantuò, non si bussa? Che è sta confidenza? Mettiti sugli attenti. Esci, bussa e rientra senza fare battute del cazzo con un superiore."

Esaminò i fogli che il brigadiere gli aveva lasciato sulla scrivania dopo quel siparietto. La sim era intestata a tale Antonietta Ballarin residente a Schio. Aveva denunciato lo smarrimento ad Agosto. Perché non l'aveva fatta bloccare? Semplice, perché a ottant'anni una vecchia non sa che deve farlo. Tutto qui. L'aveva smarrita in vacanza, precisamente all'albergo Santo Stefano, a Maratea. Il messaggio era stato mandato da un cellulare dalle parti di via Lombardia, nella parte nuova del paese, con un'approssimazione di trecento metri. Vicinissimo a casa di Caterina. Doveva incrociare i dati. L'elenco del personale e dei clienti di Agosto dell'albergo Santo Stefano. Qualcuno di Monte Santa Chiara deve esserci stato evidentemente. Accese una sigaretta. Aspirò il fumo, espirandolo ad anelli. Tra i dipendenti stagionali risultava Nicola Triggiani. Guarda un po'. Era il momento di andarlo a prendere, il signorino. Lavapiatti d'estate, garzone di macelleria d'inverno e bulletto per hobby. Guardò fuori dalla finestra. Sospirò spegnendo la sigaretta. Gli era scappato il pomeriggio sotto le mani e manco se ne era accorto. Non aveva avvisato casa. Aveva mancato a due promesse che si era fatto dopo l'Iraq. Una, quella di rendersi conto del tempo che passava. Due, di far capire a chi voleva bene che gliene voleva. Non ci stava riuscendo. Pazienza. Il sole era una palla di fuoco che scendeva tra le colline alle spalle di Monte Santa Chiara. Andiamo dal signor Triggiani, si disse Augusto.

Giocare fuori casa in un'indagine aveva i suoi vantaggi. La persona da cui vai, di cui sospetti viene spiazzata. Tu sai. La persona no. Entri nel suo terreno di gioco senza che se lo aspetti. Non si sente più padrone a casa propria. E tu all'inizio fai credere di non avere nulla da perdere. Ma hai tutto da guadagnare. Come piombare di notte in un villaggio nel deserto. Quello che c'è non può essere più nascosto. Piombi nel buio. Mentre si dorme. è una carognata. Ma così si fa. A casa di Nicola Triggiani ci arrivò a piedi dalla caserma. Alcuni pezzi del puzzle stavano per andare a posto. Forse.

Lo guardò in faccia e gli sembrò un pallone gonfiato. "Buonasera Triggiani, come andiamo?" "Bene, andiamo maresciallo, che posso fare per lei" "Niente. Passavo. Ho finito i soldi nel cellulare, me lo fai mandare un messaggio?" "Maresciallo, in verità non ho soldi nemmeno io, nel cellulare" fece innervosendosi un po'. "Non mi fai entrare in casa?" "Stanno i miei in soggiorno, fa niente se ci sediamo sui gradini?" "Accomodati è casa tua" Augusto rimase in piedi mentre Nicola si era seduto sugli scalini dell'ingresso della villetta. "Ma non hai i soldi nemmeno sull'altra scheda?" "Quale?" "Nicola, non fare il fesso, l'altra scheda che ti sei fottuto ad Agosto a Maratea dove eri a fare il lavapiatti." Lo guardò come gli stesse dicendo di essere un alieno. "Beh, cos'è quella faccia?" "Pensavi che non lo avrei scoperto chi è che ha mandato quel messaggio alla mamma di Caterina? Lei ora dov'è?" "Non lo so" farfugliò sudando. Fece la mossa di dargli uno schiaffo ma invece di darglielo la mano virò e gli strappò la manica della maglietta. Quella destra. "Ora vieni in caserma e parliamo meglio, Tribale." , disse Augusto sorridendo sinistramente e indicando il tatuaggio di Nicola.

Sceneggiata dei genitori che tra l'incredulo e l'incazzato si erano visti portare via il figlio dal maresciallo. Sceneggiata insopportabile per Augusto. Camminarono per il paese fino in caserma. Nicola a testa bassa e con una manica strappata, Augusto con la sigaretta in bocca, sentendosi uno dei due carabinieri che nel romanzo aveva arrestato Pinocchio. Solo che la situazione era grave. Forse sapeva dov'era Caterina. Lo fece apposta a tornare in caserma con lui a piedi camminando per tutto il paese. Smuoveva le acque.

Si sedettero nell'ufficio di Augusto. La sola lampada accesa era quella della scrivania. Le pareti spoglie tranne il tricolore e il calendario dell'Arma. Dietro la sedia la foto con in primo piano lui e Shareefa con in testa il suo basco. Due giorni prima che morisse. "Quella bambina è sua figlia?" chiese Nicola, come per sentirsi meno a disagio "No" "E chi è?" "Non sono cazzi tuoi". Tagliò corto Augusto. "Non stai messo bene, Nicola. Il messaggio che hai mandato non ti mette in una buona posizione. Perché lo hai mandato? Ti diverti a fare scherzi del cazzo? Eh no, perché tu non sapevi che Caterina non era tornata a casa. Lei di te ha scritto nel suo diario che sei uno stupido. E poi hai davvero un soprannome del cazzo, Tribale. Ma chi cazzo sei Rambo, Indiana Jones? O ti pensi Casanova, con quella faccia... “ "Mo' basta, marescià!" urlò Nicola. "Ehi stai calmo, ti sei messo nei casini come un coglione. Lei dov'è? Ti aveva respinto?" Iniziò a piangere. Un ex duro. "Io non ho fatto niente, non so dov'è.." "Stammi a sentire, tu non sapevi che Caterina non era a casa. Perché il messaggio? A meno che non l'hai presa tu per farle qualcosa. Stronzo!" gli urlò in testa, dopo aver fatto il giro della scrivania. "Bellantuono!" gridò Augusto con le tempie che gli pulsavano. Il brigadiere comparve. "Accompagna il signorino nella suite e avvisa i suoi" "Che stanotte a questo gli facciamo schiarire le idee."

Accese una sigaretta per calmarsi. Espirò il fumo. S'abbattè sulla sua poltrona. Non avrebbe dormito a casa. Andò nel bagno degli alloggi. Si fece una doccia fredda. La stanchezza lo assalì alle spalle. Come le domande su Nicola che mulinavano nella sua testa. Può un bulletto fare del male a una ragazza? Se sì, forse non ha fatto tutto da solo. O forse non ha fatto nulla, il tenente verrà da Monopoli e ti farà un mazzo così. Rimane il tipo del disegno. Ammesso che esista e che quella faccia disegnata non fosse il frutto della fantasia di una ragazzina, in bilico tra innocenza e ormoni che iniziano a girare. Troppo. In un posto come Monte Santa Chiara dove basta che una ragazza vada a studiare a Bari e in giro si dice che fa la zoccola. Bellantuono lo aveva lasciato in cella che tremava. Con la maglia strappata e il suo tatuaggio tribale, di dubbio gusto, all'aria. Come fosse un marchio. Sono un guappo di periferia. Sono un guappo di cartone. Si accese un'altra sigaretta. La spense dopo due boccate. Un sonno di piombo lo vinse.

Smonti dal blindato. Corre verso di te. Le metti il tuo basco con la fiamma dei Carabinieri. Le porgi un biscottino mettendoti in ginocchio. Lo prende furtiva. Ti sorride. La guardi meglio negli occhioni grandi grandi e scuri scuri. Ti sfili gli occhiali anti sabbia perchè Shareefa con il ditino ti indica qualcosa in cielo. Aquiloni. Rozzi, di un bel rosso acceso. Ti mette il braccino attorno al collo. La prendi in braccio. Andate verso gli aquiloni. I bambini delle casupole li stanno facendo volare. "Maresciallo dove va? Maresciallo, cazzo, torni qui!" urla il sottotenente. "Signore, ma la bambina.." "La bambina un cazzo. La metta giù e quando torniamo al campo le farò rapporto! Dove cazzo crede di essere, al parco giochi?". Risatine dei compagni, poco benevole. Metti a terra la bimba che ti guarda un po' delusa. Le fai una carezza. Scusa Shareefa. Verrò qui solo e andremo a giocare con i bambini, con gli aquiloni che volano. Il vento soffia. D'improvviso soffiano anche i colpi di kalashnikov. Tutti giù. L'inferno. Pochi attimi. Sono tutti vivi. Solo Shareefa è un mucchietto immobile sulla sabbia.


Augusto si risvegliò ansimando. L'incubo ancora. Il fiato corto. Si accorse di non essere a casa. In caserma non c'era il brandy. Si alzò. Aprì il cassetto e inizio a lucidare il distintivo del brevetto da paracadutista. Ali d'argento. Lo strofinò con forza, con rabbia. Riluceva. Aveva voglia di buttarsi ancora. Nel deserto, da qualche parte. Sentiva la voglia di buttarsi nel vuoto da un elicottero. Se il paracadute non si apre e quello di emergenza nemmeno beh, amen. Meglio andarsene in un amen. Come se ne era andata Shareefa. Nemmeno il tempo di giocare con un aquilone. E lui l'aveva delusa. Guardò l'orologio. Le tre. Il sonno era completamente andato via. Stava per rimettersi a letto quando entrò di corsa il piantone, quello con la faccia da ragazzino. "Ma in questa caserma non avete l'abitudine di bussare? Si incazzò Augusto. "Esci e entra di nuovo." "Maresciallo, lo faccio ma è venuto uno che dice di aver trovato il corpo di una ragazzina." "Avvisa i colleghi a Monopoli che mandino qualcuno. Qua ci siamo io te e la Carlone che dorme nell'alloggio. Portalo qui subito, ma se non bussi, ti sparo".

Dissolvenza. Questo Augusto sentì guardando dinanzi a sé il tizio con la faccia butterata che gli raccontava di aver trovato in un trullo abbandonato, poco fuori paese, il corpo abbandonato di una ragazzina con un coltello nella schiena. Sentì pulsare le tempie. Aprì il cassetto e iniziò a rovistare mentre quello parlava. Trovò quello che cercava. Lo richiuse. Guardò il tizio in faccia. Riguardò nel cassetto. Il tizio iniziò a guardare Augusto come fosse un pazzo. Augusto ghignava sinistro. Il tizio stando alla carta d'identità rispondeva al nome di Giuliano Larosa, carpentiere, quarantadue anni, guardò verso la porta chiusa. Augusto lesse dove risiedeva e ghignò in modo ancora più sinistro. Il tizio iniziò a temere che quel maresciallo gli potesse fare del male. Augusto iniziò a sentire l'odore della paura del tizio. Lo aveva iniziato a distinguere in Iraq, quell'odore. Il suo. Quello del sottotenente. Quello dei suoi compagni. Nei pattugliamenti notturni. è un odore che non si dimentica. Mai. Diceva di averla trovata faccia in giù. Nel trullo. Venti minuti prima. E non avendo telefonino con sé era venuto in caserma direttamente. Era entrato nel trullo abbandonato per pisciare. Era in giro per far fare una passeggiata al cane. "Hai una sigaretta?" chiese Augusto smettendo di ghignare. "No, marescià, non fumo" fece il tizio quasi per scusarsi. "Ah eccole" disse Augusto rovistando nel cassetto e continuando a guardare il tizio. Aveva ripreso a ghignare. "Senti Larosa, questa è la ragazzina?" gli stava mostrando la foto di Caterina. Una che gli avevano dato i genitori. "Sì, maresciallo, sicuro è lei." "E come hai fatto a vederla se era faccia a terra come dici tu e il trullo è al buio?" . Silenzio. "Non hai il cellulare né l'accendino per far luce.". Sbuffò del fumo. Riprese "Ma magari sei un buon osservatore. Con gli occhi a raggi infrarossi." continuò "Dal tuo documento di identità risulta che abiti davanti a casa di quello stronzetto di Nicola Triggiani." "Ho visto che lo stava portando in caserma." "Hai visto? è proprio uno stronzo.". "Mi scusi un attimo". Augusto andò verso la porta e chiamò urlando il ragazzino piantone che arrivò mettendosi sugli attenti. Richiuse la porta dell'ufficio alle sue spalle. "Butta giù dalla branda la vice brigadiere Carlone e le dici di controllare se in via Lombardia c'è ancora davanti casa dei genitori di Caterina un auto con il vetro rotto come c'era ieri mattina. Voglio sapere di chi è e da quanto tempo è lì". "Ma maresciallo, sono le quattro quasi..". Augusto urlò peggio del quadro di Munch, "Ma in questa cazzo di caserma oltre a non bussare vi è presa la smania di fare i sindacalisti? Cazzo muoversi! Dille che ha un'ora di tempo. Sennò vi metto di piantone di notte tutti e due fino a che a te non ti esce la barba e a quella le tette. Chiaro?" Pensò che le sue urla le avevano sentite sino a Castellana Grotte.

Rientrò in ufficio e al tizio che lo guardava terrorizzato e fece la faccia dell'agnello. "Mi scusi ancora ma sa questi colleghi così giovani, non sono troppo lesti a ubbidire". "Ma no, si figuri. Avete mandato qualcuno a vedere?" "Certo, abbiamo avvisato la tenenza di Monopoli. Sa, noi siamo una casermetta. Il paese è molto piccolo.". Era tornato come prima dell'interruzione a dargli del lei. Passava dal tu al lei per sbandarlo. Augusto vide che gli sudavano le mani. "Tu quando sei sul cantiere dove vai a pisciare?". La faccia butterata del tipo era un punto interrogativo. "Vado all'aperto, marescià." "E com'è che stasera sei entrato nel trullo a farla?". Silenzio. E due. Se la Carlone gli portava buone notizie. Era quasi a posto. Ghignò sinistro. Richiamò urlando il piantone. Gli bisbigliò nell'orecchio di rimanere di guardia sulla soglia dell'ufficio e di tenere sott'occhio il carpentiere, mentre si allontanava. Augusto gli rivolse un'occhiataccia e lui si irrigidì sulla sedia.

Scese nella cella dove c'era Nicola e aprì la porta. Lo trovò in un angolo che tremava. "Che tremi? Non sono venuto a darti mazzate." fece Augusto. Lo squadrò e iniziò il bluff. "Abbiamo trovato il corpo. Sulle corde che legano i polsi di Caterina ci sono le tue impronte. Abbiamo preso pure all'altro compare tuo. Dice che le corde per la festa le hai portate tu come il coltello.". Non fece apposta il nome del carpentiere, non ne era sicuro. "Quel cornuto!" sobbalzò Nicola sulla branda "La teneva ferma lui per le mani.". Augusto sentì pulsare le tempie e lo sbatté al muro urlandogli in faccia "La coltellata gliel'hai data tu? Stronzo!" scoppiò a piangere. Fece sì con la testa. "Perchè??" urlò "La volevamo.." rispose. Augusto lo mollò schifato sbattendolo al muro.
Risalendo la rampa di scale incrociò la vicebrigadiere Carlone. Scattante e snella. Lucida anche nel cuore della notte. Ordinata e precisa. "Maresciallo, la macchina risulta rubata a Matera. E lì da almeno una settimana, perché il primo richiamo al Comune per farla rimuovere è di sette giorni fa. Comunque ha il finestrino posteriore vesciato non rotto, maresciallo. è quello lato strada, stando a come è stata parcheggiata l'auto." "Grazie vicebrigadiere.", le sorrise Augusto. Si scoprì a sorriderle in modo aperto e sereno. Indugiando in quel sorriso forse troppo. L'incazzatura gli rimontò molto presto. Caterina aveva visto il viso del suo aggressore riflesso in quel vetro, ecco perchè lo aveva disegnato così. E ricomposto, il disegno era uguale al viso di Giuliano Larosa. Bastardo. Aveva anche cercato di fare il furbo, venendo a denunciare il ritrovamento del cadavere. Per rendersi insospettabile. Lo aveva visto beccare Nicola, dato che viveva di fronte e aveva voluto giocare d'anticipo, smarcandosi. Ma aveva sbagliato tutto. E Caterina nel suo voler superare il trauma di quel tentativo di aggressione aveva fatto un disegno che era una foto. Per chi lo avesse saputo leggere. I segreti si nascondono lì dove chi sa cercare può trovarli.

Era il momento di attaccare. Si sedette alla sedia. Lo guardò e ghignò. "Sai che sei brutto forte?" domandò retorico Augusto "Preferirei fotografare il mio culo piuttosto che la tua faccia.". Larosa lo guardò stizzito. "Però la buonanima di Caterina un disegno te lo ha fatto, porco" gli disse mostrandogli il disegno che lui aveva ricomposto. "Hai cercato di aggredirla come la merda che sei.". D' improvviso balzò dalla sedia aldilà del tavolo e lo afferrò per il colletto della camicia sdrucita scuotendolo. "Qua ci sono i test scientifici già fatti dai colleghi di Monopoli e sul coltello ci sono le tue impronte." disse sventolandogli i fogli che gli aveva dato la Carlone. Aveva fatto scattare la trappola. "No maresciallo, io l'ho tenuta ferma è Nicola che le ha dato la coltellata. Si divincolava. La volevamo..". Mollò la presa. Larosa continuò boccheggiando "Dopo siamo scappati tutti e due. Nicola l'aveva attirata lì dicendole che c'era una cucciolata di gattini. Ma non l'abbiamo violentata." . Iniziò anche lui a piangere. Augusto avvertì un senso di nausea, come stesse vedendo qualcosa che gli desse il vomito. Per un attimo pensò all'Iraq. Lì c'era da avere solo terrore. E basta. Qui da avere anche schifo. "Perchè Nicola ha mandato il messaggio alla madre di Caterina, stamattina?" "Voleva prendere tempo per non fare avvisare i Carabinieri dai genitori. E per nascondere il cadavere. Mi aveva dato appuntamento, ma io non ci sono andato. Alla fine sono tornato là stanotte. Non lo aveva fatto. Caterina era ancora lì". Larosa abbassò lo sguardo mentre singhiozzava ripetendo il nome di Dio. Solo Lui avrebbe potuto perdonarlo.

Augusto qualche giorno dopo apprese che Caterina era rimasta lì ad agonizzare per ore. La coltellata all'altezza dello sterno non era stata forte. Era morta dissanguata. Una ragazza morta perchè non si era concessa ad un bullo e ad un adulto laido. Forse era meglio la guerra, pensò Augusto vedendo spuntare il sole.

Il maresciallo Trizio si fece aprire il cancello dal custode del cimitero. Caterina era sepolta nella zona nuova. La notte era calda, scossa da un po' di brezza marina. "Visto Caterina? Da qui vedi anche il mare.", mormorò come per non svegliarla, guardando il mare che era tanto vicino da poterlo toccare. Lasciò delicatamente un mazzetto di fiori con un bigliettino. Sul bigliettino i versi iniziali di "Under the bridge" dei Red. Li intonò piano: " Sometimes I feel / like I don't have a partner/ Sometimes I feel/ like my only friend/ is the city/ I live in/ the city of angels/ lonely as I am/ together we cry..“ "Addio, Caterina".

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