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La donna che comprava i fiori

  • Vittorio Morisco
  • 19/02/2013

L’ispettore De Palma girava svogliatamente le pagine del giornale nel suo ufficio in Questura. Aveva lasciato a casa Margherita, facendole una mezza promessa: stamattina se non succede niente torno e andiamo al mare. L’aveva guardata seguirlo con gli occhi fino all’angolo dell’isolato e girare, affacciata al balcone del bilocale dove vivevano. Poi era tornata dentro per iniziare a tradurre un saggio per la casa editrice per cui lavorava. Sedette al tavolo, legò i capelli ricci, chiuse un attimo gli occhi, perdendosi nell’odore del caffè mescolato all’aria nuova della mattina. In un secondo Margherita realizzò che voleva di nuovo con sé Valerio. Il rione popolare Libertà si stava svegliando per incominciare la sua sanguigna e chiassosa giornata. Un colpo di clacson le arrivò dalla finestra aperta. Viale Mazzini aveva finito di fare colazione e si gettava nel suo caos. Margherita alzò lo sguardo sulla parte dove troneggiava un manifesto del Corto Maltese seduto su una pagoda. Le sorrideva. Lei lo ricambiò, dicendogli sottovoce -Mi spiace Corto, sto con Valerio-. Era felice e forse Valerio l’avrebbe portata al mare.
Il telefono interruppe Valerio mentre leggeva che il Bari era in trattativa per comprare un paraguaiano sconosciuto che si sarebbe rivelato un bidone astronomico. Guardò il telefono in mala maniera. Rotture di palle, sicuro. Per venti giorni non era successo niente di niente. Nemmeno una rissa tra ubriachi. Sembrava che Bari fosse sulla strada giusta per il primo annuale “città zen”. Guardò fuori dalla sua finestra mentre gli squilli diventavano più insistenti. Fissò un punto del castello Svevo per cercare di astrarsi. Chiuse gli occhi e li riaprì. Niente, era ancora lì. Tanto valeva rispondere. Lo fece andando in apnea. Voleva andare al mare con Margherita.
-Pronto- fece un po’ scorbutico.
-De Palma, sono Ladisa che combini di bello?-. Il commissario Ladisa, suo diretto superiore.
-Mi rompo le palle, detto con rispetto parlando. Stavo pensando di andare al mare con la mia donna-.
-E allora mi sa che la tua donna ci andrà da sola e conoscerà anche il bagnino-. Per un attimo visualizzò Margherita abbarbicata ad un aitante e abbronzato bagnino. Gli girarono le scatole.
-La smetta dottore. Mi dica che c’è- rispose brusco.
-C’è che ti mando una signora che vuole denunciare la scomparsa di sua madre. Devi indagarci su. Arriva a momenti nel tuo ufficio. Ah, ti avviso è una cessa-.
-Grazie dell’informazione e della zucchina che mi sta infilando. C’è altro?-.
-Al momento no. Comunque scusa davvero per la battuta di prima-.
-Non si preoccupi, lo so che il suo umorismo non è quello dei Monty Pyton-.
-Chi?-
-Lasci perdere-.
Il commissario Ladisa era così. La delicatezza di un panzer sul corpo di un toro. Non a caso aveva fatto carriera nella Celere a Torino, negli anni caldi della contestazione operaia e studentesca. Menava, menava sodo il dottore. A fine carriera, forse come premio per aver menato un sacco di manifestanti, lo avevano trasferito alla Mobile, facendolo anche tornare a casa. Valerio riattaccò e guardò il soffitto. Sbuffò. Fece il numero di casa.
-Margherita, ciao che facevi?-
-Lavoro e ti penso, scegli tu l’ordine-. La voce era allegra con un po’ di nord barese nella cadenza.
-Ladisa mi ha inchiappettato. Niente mare- disse d’un fiato, Valerio.
-Eddai ci andremo il fine settimana, così andiamo anche a trovare mia madre-.
Ecco la sottile vendetta.
-Ma almeno avete fatto sesso sicuro mentre ti inchiappettava? -
-No, ci è venuta voglia all’improvviso-. Risero di cuore tutti e due. Si sarebbero visti la sera.
Andò ad aprire la porta. La signora di brutta era brutta. Mostrava più dei suoi anni, una cinquantina. Forse per la faccenda del mare a Valerio fece subito antipatia.
Con voce rauca disse: -Ispettore, mi aiuti a trovare mia madre-.
-Si accomodi e mi spieghi con calma- la invitò De Palma formalmente gentile.
Margherita in costume, Margherita in abito da sera per la milonga. Scacciò queste immagini accendendosi una sigaretta nervosa. Si focalizzò sulla signora: Roma all'inizio della decadenza. Profumo di fiori secchi, di stantio, di qualcosa che è stato e non è più. La fissò. Qualcosa nell'aria dell'ufficio si era elettrizzata ma Valerio non capiva cosa. I suoi occhi verde-azzurro si incresparono. Tirò forte dalla sigaretta. Avere cinquant'anni e portarli male. La vita le aveva rifilato qualche fregatura forte. La borsa stretta come per abbarbicarsi a una corda sull'orlo di un precipizio. Il trucco pesante a nascondere i segni del tempo che barbaramente avanzava mietendo vittorie una dopo l'altra. La signora guardava Valerio di rimando. Due punti neri inchiodati negli occhi del giovane ispettore. Spense la sigaretta spallandosi sulla sedia che gli era costata chili di carta bollata e telefonate chilometriche con il capo dell'ufficio forniture, dato che non arrivava mai.
-Signora mi direbbe il suo nome e quello di sua madre?-
-Mi chiamo Anna Lo Priore, mia madre si chiama Rosa Abbaticchio ha settantadue anni ed è malata di Alzheimer-. Ecco la fregatura grossa, pensò Valerio, immaginando la vita della signora Anna consacrata a star dietro a una persona che purtroppo non era in grado di fare le cose più elementari, di distinguere il giorno dalla notte e di riconoscere i suoi cari. Si diresse verso la finestra. Doveva dire a Margherita che se un giorno si fosse ridotto così da vecchio dovevano farlo fuori senza perdere tempo. Valerio guardava il castello Svevo che si godeva la vista del mare, almeno lui, mentre le macchine giravano intorno a piazza Massari come in una giostra di bimbi, calme con un ritmo ben scandito. Si appoggiò al davanzale.
-Continui Anna, la prego-
La donna aprì la bocca in cerca delle parole. I fiori del suo vestito sembravano appassiti. Si passò una mano tra i capelli scuri forse mettendo in ordine anche i suoi pensieri.
-Ieri mattina sono uscita per la spesa al mercato del giovedì di fronte alla ex Standa. Sono stata via mezz'ora ma al ritorno non c'era-
-Sua madre è autosufficiente?-
-Solo in parte. Si poteva alzare dal letto e fare il caffè ma a malapena mi riconosceva. E dire che sono quindici anni che sono tornata a vivere a Bari da quando papà ci ha lasciato-
-Dove viveva?-
-Vivevo a Roma ero stenotipista in Parlamento sa?- Orgoglio e vanto. Un posto di prestigio. Lasciati per un padre che muore di colpo nella sua stessa caserma e una madre che si ammala di un male vigliacco che non mostra subito il suo vero volto. Vattela a pesca sta cazzo di vecchia, pensò impudicamente Valerio alzando leggermente gli occhi al cielo. Attorno ai due attanti scese il silenzio.
Il silenzio scese anche sulla vicenda della signora scomparsa. A nulla erano valsi i volantini con la foto e il nome che l'ispettore De Palma insieme a un paio d'agenti aveva distribuito nella zona dove verosimilmente era sparita la signora Rosa. La zona in questione era il comprensorio di San Marcello, un enclave di case “subpopolari” e di palazzine destinate agli impiegati pubblici, che qualche genio aveva pensato di costruire fra tre strade a scorrimento veloce, isolandolo dal resto del quartiere. Non ci era voluto molto perchè quell'area divenisse una piccola banlieu. Mezzo trafiletto sulla cronaca locale dei giornali e poi basta. Niente di niente. Si era volatilizzata. Un fantasma. Il commissario Ladisa ogni due tre giorni gli chiedeva aggiornamenti che non c'erano.
-Dottore, sembra sia stata ingoiata dal nulla-
-Io però non ti posso tenere bloccato su questa storia, Valerio. Ti devo spostare su una banda di rapinatori che in provincia sta accoppando più gente del cancro-. Valerio guardò il suo superiore e poi il ritratto del Presidente della Repubblica.
-Magari si è rifugiata nel suo passato e ora gira nei posti dove andava da ragazza- disse il giovane ispettore quasi parlando a se stesso.
-Non iniziare con le psicocazzate. Domani vai a farti un giro ad Altamura e vedi che combina 'sta banda di stronzi. Sembra siano albanesi-
-Ci mancherebbe che siano italiani, dottore, noi certe cose mica le facciamo, siamo tutti biondi e profumati-
-Dovevi fare l'assistente sociale, non lo sbirro- disse ridendo il commissario Ladisa.
La svolta arrivò a cena con Margherita. D'estate mangiavano sul balcone.
Prendevano il tavolino del soggiorno, lo mettevano fuori e si sedevano in seiza, inginocchiati sui talloni come i giapponesi che prendono il thè. Solo che loro stavano divorando spaghetti con le vongole. Rigorosamente in bianco. Un grande pregio del bilocale al quartiere Libertà era quel balcone che d'estate diventava un'altra stanza. Il frastuono di viale Mazzini e l'isolamento di Valerio e Margherita. Due melodie tra loro armoniche. Gli arrivavano le note dei Gotan Project, che con la canzone “El capitalismo foraneo” gli stava ricordando come le speculazioni finanziarie avessero sfasciato l’Argentina. Un ricordo che viaggiava sulle note del tango elettronico. Margherita guardò il suo giovane ispettore di polizia che le stava versando del Salice Salentino. Vino forte, rosso, come Valerio, pensava. Sul pesce andrebbe bevuto il bianco. Ma lui non lo digeriva. Spaghetti con le vongole e vino rosso. E fanculo a chi dice che col caldo il vino non si dovrebbe bere. Incrociò i suoi occhi scuri con quelli verdeazzurro di lui.
-Sai, oggi su corso Vittorio Emanuele ho incontrato la figlia della signora scomparsa-
-Come hai fatto a riconoscerla, Margherì?-
-Hai disseminato casa di foto sue e della madre - aggiunse sorridendo - ci possiamo fare un album di matrimonio-
-Ci hai parlato? Io l'ho chiamata ieri per dirle che non sapevo che dirle- sorrise per il bisticcio di parole e prese un respiro, -ormai Ladisa mi ha detto di dedicarmi ad altro. Se salterà fuori sarà perchè ci avviserà qualche ospedale o forse anche peggio. Povera Crista.- disse Valerio in un soffio.
-Mi è passata accanto e portava un mazzo di garofani rossi. È stato più forte di me, l'ho fermata per chiederle come stesse e mi ha detto che andava a pranzo da un'amica-
Valerio notò la nota di sospetto nella frase colorata dall'accento nord baresedella sua ragazza.
-Meglio così, almeno si svaga-
-Valè, il punto non è questo. Dimmi tu chi va a un pranzo portando dei garofani rossi invece che una bottiglia di vino o del gelato visto che stiamo a fine giugno- -Eh già- rispose pensoso l'ispettore guardando la punta incandescente della sigaretta appena accesa. I Gotan ora cantavano “Queremos una vida mejor para nuestro pueblo”.
La signora Anna Lo Priore venne ad aprire subito nonostante fossero solo le otto del mattino. Perfettamente in ordine, appena vide l'ispettore assunse lo sguardo compunto, di chi ha una sofferenza intima profonda. Aveva un vestito rosa chiaro che a Valerio sembrava facesse a pugni con l'età. -Cosa posso fare per lei, ispettore? A cosa devo questa visita?- -Passavo. Volevo sapere come stesse, signora- disse entrando e andando direttamente in soggiorno.
-Sto bene. Le posso offrire un caffè?-
-Volentieri- rispose De Palma mentre si accomodava poggiando sul divano la giacca.
Il suo senso estetico fu urtato dall'arredamento della stanza. Carta da parati fiorata degli anni Sessanta e mobilia pesante stile impero. Le tapparelle socchiuse regalavano alla stanza un po' d'ombra e di fresco, alleggerendone l'atmosfera stantia.
-Purtroppo su sua madre non ho novità- disse parlando a voce alta per farsi sentire dalla signora che nel frattempo preparava il caffè in cucina. Valerio iniziò a camminare avanti e indietro per il soggiorno osservandone i soprammobili e la carta da parati. La sua attenzione fu attirata dalle assenze. L'assenza è come l'onda del mare. Essa scompare e torna all'acqua da cui ha tratto origine e non lascia nell'acqua la minima traccia di sé. Ma esiste. L'assenza rivela una presenza. Sorrise amaro. I suoi occhi verde-azzurro si incresparono.
La signora Lo Priore servi il caffè a tavola.
De Palma prese la tazzina si alzo in piedi e dopo il primo sorso disse: -Signora, questa carta da parati è molto vecchia, vero?-
-Abbastanza, ispettore-
-Non ha avuto molto tempo per spolverare immagino, dati gli ultimi eventi-
Immagina bene-
Poggiò la tazzina sul tavolo e la guardò dritta negli occhi che avevano ripreso un che di vita, dopo che la mattina della denuncia erano sembrati a Valerio completamente spenti.
-Signora, dalla parete sono state tolte delle foto come si vede dalle macchie, sulla consolle ci sono due impronte lasciate nella polvere da due cornici di altre fotografie, immagino sempre di sua madre, che sono state rimosse di recente come dal muro-
Si schiarì la voce come ci si scrocchia la mano prima di sferrare un cazzotto: - Per chi cazzo era il mazzo di garofani rossi, signora? Ha voluto cancellare la presenza di sua madre, le foto le ricordavano troppo gli ultimi anni di merda che ha passato con lei malata di Alzheimer e ora si sente liberata, vero? Per chi erano i fiori? Dove ha messo sua madre?-
Il volto della signora era di pietra e l'aria in quella stanza si era fermata. Con dignità, almeno così sembrò a Valerio, e una lentezza da chiudere lo stomaco gli disse: -L'ho soffocata, avvolta nel cellophan e messa giù in garage.
E ieri le ho portato il mazzo dei garofani. Li amava-
Tre azioni per spegnere una vita o per tornarci, secondo Anna Lo Priore. E un gesto di pietas: i fiori.
-Avevo una vita prima, ispettore, e lei me l'ha rubata, non ho nessun rimorso.
Chiami i suoi colleghi. Non voglio restare in questa casa un secondo di più-
Valerio accese una sigaretta senza chiedere permesso, guardò l'orologio.
Doveva andare ad Altamura. Prosaicamente, sbuffando il fumo, con un certo sollievo pensò ai versi di Orazio sulla cittadina murgiana: “Fummo di là per ventiquattro miglia
in un biroccio condotti a un picciol borgo
che non ha luogo in latin verso; a' segni
è facile indicarlo. Ivi si vende
quel che per tutto è sì comun, fin l'acqua,
ma vi si trova un eccellente pane,
tal che in uso ha l'accorto viaggiante
di caricarne il dorso e ha ben ragione...”

Se ne avesse portato a Margherita un paio di chili ne sarebbe stata contenta, golosa com'era, pensò Valerio.

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