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Il colloquio

  • Alessandro Vinci & Stefania Stella
  • 10/04/2013

Parte 1

La luce del giorno penetra nella stanza attraverso un interstizio della persiana, colpendomi in pieno volto. Era una delle cose che avrei dovuto fare ieri notte, sigillare tutto, ma le condizioni psicofisiche in cui mi trovavo al rientro a casa erano piuttosto avverse.
Ieri è stata una serata PES. Una di quelle a cui non confesserei di aver partecipato neppure sotto tortura.
Quattro deficienti, ecco cosa siamo.
Io sono un cazzone alla Play, ma forse proprio per quello sono imbattibile nello stappare lattine di birra. Quante ce ne siano rimaste di piene, ora non saprei dire.
Mi rimangono solo vaghi ricordi.
Impressioni.
Una specie di quadro di Picasso tagliuzzato.
Il sapore in bocca è orribile. Dovrei riuscire a recidere ogni connessione tra il cervello, quel poco che ne è rimasto, e i sensori sparsi per il resto del corpo.
Io, se fossi un recettore del gusto o dell'olfatto, uno dei miei per intenderci, mi ribellerei: "Ma vaffanculo, stronzo", direi al corpo a cui sono disgraziatamente stato assegnato, ma solo per essere gentile.
Cazzo, sono in ritardissimo! L'appuntamento è tra un'ora, e io sono ancora qui a cercare di dribblare il rancore che il fegato e il resto della compagnia mi dimostrano.
"Ehi, calma. In fondo sono io il capo", mi verrebbe da dire loro, ma preferisco abbozzare.
Accendo il fuoco sotto la caffettiera.
Mi rifugio sotto la doccia.
Il getto mi investe col suo solito impeto. Credo sia una delle poche cose che funzionano in questo appartamento scalcinato. L'acqua ha la compiacenza di essere sempre bollente, il flusso è risoluto. Una vera doccia insomma. Come quando stringi la mano a qualcuno che ti dimostra una presa salda, di quelle che ti inducono a pensare che dall'altra parte ci sia una persona vera, non un'ameba.
Oggi dovrebbe essere un giorno importante.
Così me lo figuravo all'inizio della settimana.
"Inquadra l'obiettivo. Concentrati", pensavo, forse con l'unico scopo di ringalluzzire il mio peraltro scarso ego.
E i segnali erano incoraggianti.
Certo… Fino a mercoledì. A pensarci, il mercoledì è il giorno della settimana in cui, da sempre, si palesa la faccia oscura, o quanto meno imbronciata, del mio destino. Chissà, forse anche il fato è abitudinario.
Mercoledì, ore 14,25.
Squilla il cellulare: sul display il sorriso di Giada tremula in sincrono con la suoneria.
Che poi, a me queste suonerie old style mi stanno proprio sui coglioni, anche se ci ricasco a ogni cambio di telefono. Tra l'altro, quello, intendo quello che suonava mercoledì, me lo aveva regalato proprio lei. Ora giace esanime in cortile: non li hanno progettati per resistere a un volo libero dal terzo piano. Quando sono uscito da casa, al termine della telefonata, non gli ho gettato che un rapido sguardo colpevole, al cadavere. Però prima del lancio avevo tolto la sim (è vero questo non testimonia d'un gesto d'impeto, ma piuttosto olezza di preordinato, di eseguito con il disdicevole intento, gusto quasi, di spettacolarizzare l'evento di cui lui era stato semplice ambasciatore, ma tant'è).
Squilla il cellulare, dicevo.
"Ciao, piccola", rispondo, anteponendo al saluto un morphing facciale simil-sorriso, quasi che stessi rispondendo a una video chiamata.
Il suo tono è asciutto, calmo, professionale. Una tagliatrice di teste che deve portare a termine un lavoro ben fatto, senza coinvolgimenti.
Poi parte una litania già sentita. Sempre di mercoledì.
A ognuno dei motivi che usa per scaricarmi, potrei, dovrei, opporre una replica sensata. Invece no. Ogni pensiero s'addensa in forma compiuta nella mia mente, solo quando Giada ha già attaccato. Certo non senza una conclusione appropriata per la situazione: "Mi spiace che sia andata così", frase che denota senz'ombra di dubbio una riflessione del tutto opposta.
Ho però una reazione da vero uomo: prima che il turbine inizi a decantare, riesco persino a pensare a un ‘fanculo, peccato che nessuno l'abbia potuto udire, tranne me.
Zittisco la doccia.
Rapida vestizione.
Inalo il profumo del caffè con voluttà, quasi che quell'aroma potesse fungere da taumaturgo per il resto tumefatto della mia vita.
Scaccio dalla mente qualsiasi traccia di Giada, della PES, della birra.
Concentrati Ale.
Ah, a proposito mi presento: Alessandro.
Tra poco ho un colloquio con due poliziotti al commissariato "Due Torri", in centro.
Scusate, ora devo prepararmi.
Non vogliatemene.
L'occasione è importante.

 

Il colloquio - parte 2

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